La sessione d’esami in quattro settimane: un piano

La sessione d’esami in quattro settimane: un piano

Il calendario degli appelli è uscito ieri. Scritto di uno il 14, scritto di un altro il 22, e il terzo con l’orale il 4 del mese dopo.

Hai aperto un foglio, hai fatto una tabella con tre colonne e le hai riempite fino a mezzanotte. Il piano che ne è uscito prevede otto ore al giorno per ventotto giorni, tutte e tre le materie ogni giorno, e zero giorni liberi.

Non arriverai al giovedì della prima settimana. Non perché sei pigro: perché quel piano non era un piano, era una promessa fatta a un calendario per smettere di avere paura.

La regola: un esame in preparazione, gli altri in manutenzione

Tre materie contemporaneamente non esistono. Quello che esiste è una materia che sta occupando la testa in questo momento e altre due che non devono raffreddarsi.

La preparazione è dove va la testa migliore: teoria nuova, esercizi che non hai mai visto, capitoli mai aperti. Due o tre blocchi al giorno, la mattina.

La manutenzione è tenere caldo: venti minuti di richiamo a libro chiuso, un esercizio già visto, gli appunti del blocco di tre giorni fa. Costa poco, si fa da stanchi, e impedisce alla materia che hai lasciato dieci giorni fa di tornare estranea.

Un esame davanti, due dietro. Quando lo scritto è passato, avanza quello dopo.

Le quattro settimane

Il calendario degli appelli decide il piano, non il contrario. Parti dalle date e vai a ritroso.

Settimana In preparazione In manutenzione Cosa deve esistere alla fine
1 (giorni 1-7) Esame A B con 20 min al giorno A: prima passata completa, elenco dei buchi
2 (giorni 8-14) A fino allo scritto, poi B C entra in manutenzione A dato. B: prima passata iniziata
3 (giorni 15-21) B fino allo scritto A finito, C sale a 40 min B dato. C: prima passata completa
4 (giorni 22-28) C, teoria e orale — Due prove intere corrette, orale provato ad alta voce

Tre regole tengono in piedi la tabella.

Ogni materia viene toccata almeno tre giorni separati a settimana, anche solo per venti minuti. È la parte che rende il piano diverso da tre monoliti attaccati: distribuire nel tempo batte concentrare, ed è uno dei risultati più solidi che la ricerca sull’apprendimento abbia prodotto — con il dettaglio, spesso taciuto, che l’intervallo utile cresce con quanto a lungo devi tenere il materiale. Per un orale a fine mese sono giorni, non ore.

La prima passata non deve essere bella. Serve solo a produrre l’elenco dei buchi. Chi rallenta la prima passata per capire tutto perfettamente arriva al giorno 20 con metà programma e la sensazione di aver studiato benissimo.

La quarta settimana non è per imparare cose nuove. È per le prove intere e per la bocca. Se al giorno 24 stai aprendo un capitolo mai visto, il piano ha già deciso qualcosa al posto tuo e conviene ascoltarlo.

Una giornata tipo che regge ventotto volte

Il piano fallisce quasi sempre nella stessa giornata: la seconda domenica, dopo una settimana da nove ore.

Fascia Cosa Forma
9:00-11:00 Preparazione, materia in corso 2 blocchi da 50, pausa 10
11:15-12:05 Preparazione, seconda parte 1 blocco da 50
12:05-14:00 Pranzo e stacco vero Fuori casa, se puoi
14:00-15:30 Esercizi già visti, appunti, roba meccanica 3 blocchi da 25
15:45-16:15 Manutenzione dell’altra materia 1 blocco da 25, a libro chiuso
Sera Venti minuti di richiamo, poi chiuso 1 blocco da 20

Sono circa cinque ore e mezza di lavoro vero. Sembrano poche accanto alle otto ore del foglio di ieri sera, e sono più di quante ne farai in quasi tutti i giorni di quel foglio.

Il pomeriggio è deliberatamente la parte più povera della giornata. Quella fascia rende meno per quasi tutti, ed è meglio darle il lavoro meccanico che continuare a intestardirsi: come si arreda il pomeriggio dopo pranzo è una discussione a sé, e la versione corta è che il compito va scelto in base all’ora, non l’ora in base al compito.

E se lavoro e la sessione la faccio la sera?

Allora la tabella sopra non è la tua e va rifatta al contrario: un blocco da quarantacinque minuti prima di uscire, venti minuti in pausa pranzo, e la sera solo esercizi già visti e riordino. Il volume settimanale sarà minore e va scritto nero su bianco, perché il piano che fallisce è quello costruito sul numero che vorresti invece che su quello vero — la sera dopo il lavoro rende molto meno di quanto occupi.

La sessione che chiude il libro

Da qualche parte, in ogni giornata, deve esserci un momento in cui il materiale non è davanti a te e devi produrlo lo stesso.

Tre minuti alla fine di ogni blocco. Foglio bianco, niente appunti, scrivi quello che ricordi, poi controlla e segna cosa mancava. È la parte che quasi tutti tolgono quando sono in ritardo, e la ricerca sul richiamo e sulla rilettura è abbastanza netta: rileggere ti fa sentire preparato adesso e ti presenta il conto all’appello. La versione completa di questa meccanica sta nel metodo di studio a blocchi.

Per l’orale la stessa cosa cambia forma. Non si scrive: si dice. In piedi, ad alta voce, in frasi intere, come se davanti ci fosse la commissione.

Sembra ridicolo e infatti lo è. È anche l’unico modo di scoprire, il giorno 20 invece che il giorno 30, che sai riconoscere un argomento sulla pagina ma non sai iniziarlo a voce.

Quando saltare un appello

Questa è la decisione che nessuno insegna, e va presa in anticipo con una regola, non alle tre di notte con la paura.

Fissa un punto di controllo al giorno 18: la seconda materia è arrivata alla fine della prima passata? Se sì, si va. Se no, la scelta onesta è fra presentarsi male a due esami o bene a uno.

Presentarsi a un appello con metà programma non è coraggio, è comprare un’informazione che avevi già a un prezzo alto: perdi la giornata dello scritto, i due giorni prima e spesso quello dopo, cioè quasi tre giorni della materia che stavi preparando bene.

Ci sono due eccezioni vere. Se è un esame propedeutico e senza quello si blocca tutto il semestre, ci vai anche a metà. E se è l’ultimo appello prima di una scadenza — una borsa, un piano di studi, la laurea a una certa sessione — la matematica cambia e lo sai già.

Fuori da questi due casi, l’appello saltato è una riga in meno sul libretto e nient’altro. La sessione dopo esiste.

Dove si studia, e con chi

La biblioteca funziona per un motivo poco romantico: il costo di alzarsi è alto. Sei arrivato, hai messo le cose sul tavolo, hai un posto che qualcuno ti prenderebbe. Il primo blocco della giornata è il più difficile da far partire e lì parte da solo.

Il gruppo del corso su WhatsApp è la trappola meglio travestita della sessione. Sembra studio, produce ansia: qualcuno ha finito il programma, qualcuno ha «solo il ripasso», qualcuno posta la simulazione a mezzanotte. Silenzia il gruppo per ventotto giorni e apri due volte al giorno a orari fissi. Le informazioni pratiche vere — aule, orari, cambi di data — le trovi lo stesso.

Studiare accanto a qualcuno funziona se nessuno parla. Un coinquilino allo stesso tavolo, un amico in videochiamata con il microfono spento, la sala studio piena di sconosciuti: quello che aiuta è la presenza, non il confronto. Nel momento in cui vi mettete a discutere di quanto siete indietro, la sessione è finita e nessuno dei due l’ha notato.

Quando questo piano non è il tuo

Se le materie sono due e non tre, allarga tutto: due settimane di preparazione a testa e la manutenzione diventa quasi inutile. La struttura serve quando c’è più roba che testa.

Se sei fuori corso su un solo esame, non ti serve una sessione, ti serve una decisione. Quasi sempre quell’esame non è rimasto indietro per difficoltà, ma perché è diventato il posto dove metti tutto quello che eviti, e un piano di quattro settimane non tocca quel meccanismo.

Se non dormi. Cinque notti da quattro ore mandano a zero il rendimento della sesta giornata e delle due dopo. Non c’è nessuna tabella che compensi il sonno, e chi ti dice il contrario non ha mai dato un orale in quello stato.

Se è la prima sessione della tua vita, dimezza tutto. La prima sessione si perde quasi sempre sulla logistica e non sul contenuto: dove si consegna, quanto dura davvero uno scritto, quanto tempo passa fra scritto e orale. Prendi meno esami e impara il meccanismo.

E se le settimane sono due invece di quattro, la struttura non cambia, cambiano i numeri: una materia sola in preparazione, le altre in manutenzione fino al giorno dell’appello, e nessuna prima passata nuova negli ultimi cinque giorni. Un piano tenuto abbastanza in basso da sopravvivere alle giornate storte è quello che arriva in fondo, e in sessione le giornate storte sono la maggioranza.


Fomodo fa girare i blocchi da 50 della mattina e quelli da 25 del pomeriggio, tiene il conto dei minuti e conserva la storia della sessione. Quello che non sa è la cosa più importante del tuo gennaio: non conosce la data dell’appello. Non c’è nessun conto alla rovescia verso il 14, nessun avviso che mancano nove giorni, nessuna idea di quanti capitoli restano. È un cronometro con buona memoria, non un piano di studi.

Un dettaglio che in sessione conta più di quanto sembri: i dati stanno sul telefono e la sincronizzazione iCloud si può spegnere. Nessuno vede il tuo gennaio. Non c’è un profilo, non c’è niente da mostrare a nessuno, e in quello è l’unica cosa che l’app ha in comune con un quaderno.

Il calendario degli appelli è già uscito. Il piano si scrive in venti minuti, e poi non si tocca più fino al giorno 18.

MT
Minh Trần

Scrive di scienza dell’attenzione e di strumenti per la concentrazione.

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